Qualcuno potrebbe pensare che a causa della storia
millenaria di Roma, quando sulla città eterna cala la notte, folle di fantasmi
di imperatori, papi, artisti, santi, signori della guerra, escano fuori ad
infestarne le strade e le piazze.
Ma al giorno d'oggi il silenzio dei rioni storici nelle ore notturne
viene rotto solo dai giovani che tirano tardi fino all'alba, e i suddetti
fantasmi probabilmente resterebbero spaventati a morte dalle loro automobili e
motorini.
Ciononostante, anche Roma può andare fiera di un modesto numero di
presenze misteriose, le cui storie sono strettamente legate alla storia della città
e alle sue tradizioni. Fatto curioso, sono tutte presenze al femminile.

lo stemma dei Cenci |
Beatrice Cenci (1577-99)
Il più famoso fantasma di Roma è quello di una giovane dama, appartenuta a una delle potenti
famiglie tardo-rinascimentali. Si dice che compaia nella notte fra
il 10 e l'11 settembre, lungo il ponte che conduce a Castel Sant'Angelo.
La sua storia ha ispirato dipinti (G.Reni), tragedie (P.B.Shelley) e romanzi
(A.Dumas, Stendhal). |
Beatrice era la figlia di Francesco Cenci, un nobile, a cui il temperamento
violento e la condotta immorale in più di un'occasione avevano causato problemi
con la giustizia papalina.
A Roma vivevano in un palazzo della metà del XVI secolo,
situato nel Rione della Regola, edificato sulle rovine di un precedente fortilizio
di epoca medievale.
Con loro vivevano anche Giacomo, fratello maggiore
di Beatrice, la seconda moglie di Francesco, Lucrezia Petroni, e Bernardo,
il ragazzo nato dalle sue seconde nozze.
Fra le altre proprietà di famiglia possedevano un castello in località Petrella Salto,
piccolo centro vicino Rieti.
Perfino fra le pareti domestiche Francesco Cenci si comportava come un bruto.
Maltrattava la moglie e i figli, ed era arrivato al punto di avere
rapporti incestuosi con Beatrice.
Era stato in prigione per altri crimini commessi, ma grazie alla benevolenza
con cui i nobili venivano trattati, era stato scarcerato assai presto.
La giovane aveva tentato di informare le autorità dei frequenti abusi,
ma ciò non aveva avuto alcun seguito, sebbene chiunque a Roma
fosse a conoscenza di che tipo di persona era Francesco Cenci.
Una volta scoperto che la figlia l'aveva denunciato, aveva cacciato Beatrice e
Lucrezia via da Roma, confinandole nel castello di famiglia, in provincia. |

Beatrice Cenci, di Guido Reni |
In preda all'esasperazione, i quattro Cenci non trovarono alternativa
al tentativo di eliminare Francesco, e tutti insieme organizzarono
un un piano.

Palazzo Cenci |
Nel 1598, durante uno dei soggiorni
di Francesco al castello, due vassalli (uno dei quali era divenuto
l'amante segreto di Beatrice) li aiutarono a drogare l'uomo, infiggergli
un lungo chiodo in un occhio e poi nella gola, e infine nascondere il cadavere.
Ma per qualche ragione la sua assenza venne notata, e le guardie del papa
tentarono di fare luce su quanto era accaduto. L'amante di Beatrice fu torturato,
e morì senza rivelare la verità. Nel frattempo, un amico di famiglia, a conoscenza
dei fatti, ordinò l'uccisione del secondo vassallo, per evitare alcun rischio.
La congiura venne ugualmente scoperta, e i quattro membri della famiglia Cenci
furono arrestati, giudicati colpevoli, e condannati a morte. |
Il popolo di Roma, che sapeva dei retroscena del delitto, si sollevò contro
la decisione del tribunale, ottenendo una breve proroga dell'esecuzione.
Ma il papa Clemente VIII, nonostante il nome che portava,
non mostrò alcuna pietà: l'11 settembre 1599,
all'alba, dalla prigione di Corte Savella, tristemente nota per il trattamento disumano
che riservava ai detenuti, furono condotti a Ponte Sant'Angelo, dove veniva alzato il patibolo.
Nel 1999, in via di Monserrato, sull'antico sito dell'edificio, oggi scomparso,
il Comune di Roma pose una targa a ricordo.
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la targa per il 500° anniversario della morte di Beatrice |

Ponte Sant'Angelo, dove si dice che appaia lo spettro di Beatrice |
Dapprima Giacomo fu mazzolato con un maglio, e
le sue membra dilaniate vennero appese ai quattro angoli; poi Lucrezia e infine
Beatrice presero posto sul ceppo, dove furono decapitate con una spada.
Solo il giovane venne risparmiato, ma anch'egli fu
condotto sul patibolo per assistere all'esecuzione dei parenti, prima di essere
riportato in carcere e di subire la confisca delle proprietà (che poi andarono
alla famiglia del papa!).
Beatrice venne sepolta nella chiesa di San Pietro in Montorio. |
Il popolo di Roma la elesse simbolo della resistenza contro l'arroganza dell'aristocrazia,
ciò che ancora oggi, ogni anno, la riporta sul ponte alla vigilia della propria
morte, recando in mano la testa recisa.
Ad alimentare la leggenda contribuì senz'altro anche il triste epilogo della tragica storia di Beatrice,
che non ebbe riposo neppure dopo la morte. Durante l'occupazione napoleonica di Roma
(fine XVIII-inizio XIX secolo), alcuni soldati francesi ne distrussero la tomba in San Pietro in Montorio,
ne dispersero i resti, che non furono mai recuperati, e - si dice - persino giocarono col
suo teschio.
Pimpaccia, o Donna Olimpia (1592-1657)
Un altro famoso fantasma romano, si dice, apparirebbe nel cuore della notte
a bordo di una carrozza nera, manifestandosi all'improvviso lungo Ponte Sisto,
mentre corre all'impazzata in direzione di Trastevere.

lo stemma Pamphilj |
Olimpia Maidalchini nacque da una famiglia
di Viterbo di modeste condizioni; la giovane era molto ambiziosa, astuta, e
anche belloccia, tutte qualità che le permisero di diventare un'eccellente
arrampicatrice sociale.
Il suo primo marito fu un uomo ricco, che morì assai presto.
Aveva solo vent'anni quando si risposò, e anche stavolta il consorte
era di una trentina d'anni più anziano di lei. Il suo nome era
Pamphilio Pamphilj, fratello del cardinale che pochi anni dopo sarebbe
diventato papa Innocenzo X. Questa volta Olimpia ce l'aveva proprio
fatta. |
Quando anche il secondo marito passò a miglior vita,
il potere di Donna Olimpia raggiunse l'apice, poiché esercitava una forte
influenza sul cognato, tanto che presto divenne l'unica persona dei cui
consigli il papa si fidasse realmente.
Per tale ragione gli ambasciatori, gli artisti, i mercanti, i politici,
e tutti i personaggi di rilievo a Roma le offrivano ricchi doni,
per conquistarne la benevolenza ed essere presentati favorevolmente
ad Innocenzo X.
La sua residenza urbana era Palazzo Pamphilj, un grande edificio all'estremità
meridionale di piazza Navona, da dove ella in pratica regnava come una regina.
I Pamphilj avevano numerose altre proprietà, fra cui una famosa villa suburbana,
ora parco pubblico, situata alle spalle del Vaticano, nella periferia della Roma
seicentesca. |

Donna Olimpia, busto di A.Algardi |

Palazzo Pamphilj in piazza Navona |
Al popolo Donna Olimpia non piaceva affatto,
né questo era contento di essere retto da una donna che una volta era
stata a sua volta una popolana, e che per giunta veniva da un piccolo centro
fuori Roma.
La soprannominarono Pimpa o Pimpaccia, e su di lei fiorirono diverse invettive ironiche,
regolarmente affisse presso la "statua parlante" di Pasquino, che per coincidenza
si trova proprio dietro l'angolo di Palazzo Pamphilj. Furono udite persino delle
voci secondo cui sarebbe stata l'amante del papa, probabilmente solo un
pettegolezzo, ma chiaramente indicativo dei sentimenti che il popolo nutriva nei
suoi confronti.
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Donna Olimpia sapeva di essere impopolare,
ma non gliene importava poi molto, dato che le sue enormi ricchezze e
la sua posizione sociale la mettevano in condizione di ottenere qualsiasi
cosa avesse desiderato, fintanto che aveva per cognato il papa.
Nel 1655, appena poche ore prima della morte di Innocenzo,
rendendosi conto che senza di lui avrebbe potuto perdere tutto,
riempì due casse di monete d'oro, le caricò su una carrozza, e
fuggì via a tutta velocità. Non tornò mai più a piazza Navona. |

il casino di Villa Pamphilj |

Ponte Sisto, uno dei più antichi di Roma (Sisto IV, 1475) |
Il successore di Innocenzo, Alessandro VII,
la esiliò a San Martino al Cimino (piccolo centro appena a nord di
Roma); invitata a restituire l'oro che si era portata via,
Donna Olimpia si rifiutò. Morì di peste quattro anni più tardi.
La sua avidità diede vita alla tradizione popolare secondo cui
appare a Ponte Sisto sulla carrozza, assieme al suo bottino di monete;
infatti, questo ponte collega le sponde del Tevere lungo la traiettoria
più breve per andare da piazza Navona alla Villa Pamphilj. |
Costanza Conti De Cupis

stemma di Palazzo De Cupis |
Assai più ammantata dalla leggenda è la storia di
una giovane donna della nobile famiglia Conti, la cui presenza infesta una
casa prossima all'anzidetto Palazzo Pamphilj.
Nei primi del '600, dopo aver sposato il nipote di un cardinale, Costanza
si trasferì a Palazzo De Cupis, residenza di famiglia del marito, situata
in via dell'Anima, il cui retro si affaccia su piazza Navona,
a lato della chiesa di Sant'Agnese in Agone.
Era una donna di bell'aspetto, ed era particolarmente ammirata per la
bellezza delle sue mani, al punto che un artista le chiese di poterne
fare un calco: ne realizzò una copia, che mise in mostra nella sua
bottega.
Tutti ammiravano quelle mani stupende. Ma un giorno qualcuno, dopo averle viste,
predisse che la donna a cui appartenevano le avrebbe perdute molto presto.
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La donna venne informata del cattivo presagio, e ciò la scosse profondamente.
Forse a causa delle sue paure, un giorno mentre
cuciva si punse il dito con l'ago; la piccola lesione produsse un'infezione,
che si estese rapidamente. Non si poté fare nulla, e la mano, ormai non
più bella, gonfia e coperta com'era dalle piaghe, dovette esserle amputata.
Ma invano: neppure questo provvedimento fu sufficiente a salvare la vita a
Costanza; poco dopo ella morì a causa della stessa infezione.
Si dice che da allora, quando la luna risplende sulle finestre della sua casa,
la luce che si riflette sui vetri riveli la forma di una pallida mano,
visibile dalla piazza sottostante. |

piazza Navona, con Palazzo De Cupis sullo sfondo |
Per completezza di informazione, in passato altre spaventevoli presenze ed apparizioni
sono state effettivamente segnalate.

la palazzina in via del Governo Vecchio
infestata nel XIX secolo |
Fra quelle il cui ricordo è ancora vivo,
negli anni '30, in una villa non lontano da San Giovanni in Laterano,
il proprietario vide e udì diverse volte gruppi di religiose ammantate,
che transitando accanto alle finestre della casa, ne lasciavano i vetri
appannati, e su di essi tracciavano persino disegni di figure umane.
Più indietro nel tempo, nel 1861, in una palazzina in via del Governo Vecchio
(ancora una volta assai vicino a piazza Navona!) strani fenomeni che oggi
verrebbero classificati come Poltergeist, come forti colpi
ed altri rumori, oggetti che si muovevano da soli o che si infrangevano
contro le pareti, spaventarono per un bel pezzo i membri della famiglia che vi
abitava, finché quest'ultimi si decisero ad abbandonare
l'edificio. |
Altre tracce misteriose, impronte di mani,
segni a forma di croce lasciati dagli spiriti di personaggi in odore di santità
su abiti e breviari, per lo più risalenti ai secoli XVIII-XIX, sono stati persino
raccolti nella più piccola e bizzarra galleria del mondo, chiamata
Museo delle Anime del Purgatorio, ospitata in un'unica sala presso la chiesa
del Sacro Cuore del Suffragio.
Ma a differenza dei fantasmi di Beatrice, Pimpaccia e Costanza, nessuno
degli altri casi è mai stato osservato\ di nuovo.
Chi lo sa, magari anche questi un giorno o l'altro potrebbero risvegliarsi.
Non perdete i prossimi aggiornamenti! J |

chiesa del Sacro Cuore del Suffragio |
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